martedì 14 agosto 2012

La vexata quaestio della riduzione del numero di avvocati italiani


Si torna a discutere di riforma forense e delle difficoltà di una professione che negli anni è andata man mano peggiorando. I dati sono come sempre allarmanti: più di duecentomila legali si accapigliano giornalmente a scapito di serietà, preparazione e decoro. La soluzione però non può essere quella di un percorso formativo differenziato tra laurea triennale e laurea specialistica. Primo perché le materie di studio sono quelle sia che si intraprenda la carriera di avvocato, di magistrato o di notaio; secondo  perché limitare il diritto di scelta del singolo una volta iniziati gli studi di giurisprudenza andrebbe più che altro a salvaguardare la casta in danno di chi nel corso degli anni potrebbe avere ripensamenti al momento della “messa in pratica”. Il sistema universitario italiano si basa infatti su insegnamenti ad litteram ovvero su insegnamenti che non vanno al di là del libro di testo. Questo incide indubbiamente sulla preparazione dello studente che si ritrova a venticinque/ventisei anni senza avere un’idea precisa di quello che andrà realmente a fare come avvocato, magistrato o notaio. Se un limite deve essere posto lo si deve fare ab initio, con l’introduzione del numero chiuso al corso di laurea. Ciò favorirebbe la riduzione dei legali italiani, non pregiudicherebbe lo studente che in caso di esito negativo potrebbe optare per altre professioni e migliorerebbe la preparazione del giurista magari con l’introduzione di attività pratica in fase di formazione.