Si torna a discutere di riforma forense e delle difficoltà
di una professione che negli anni è andata man mano peggiorando. I dati sono
come sempre allarmanti: più di duecentomila legali si accapigliano
giornalmente a scapito di serietà, preparazione e decoro. La soluzione però non
può essere quella di un percorso formativo differenziato tra laurea triennale e
laurea specialistica. Primo perché le materie di studio sono quelle sia che si
intraprenda la carriera di avvocato, di magistrato o di notaio; secondo perché limitare il diritto di scelta del
singolo una volta iniziati gli studi di giurisprudenza andrebbe più che altro a
salvaguardare la casta in danno di chi nel corso degli anni potrebbe avere
ripensamenti al momento della “messa in pratica”. Il sistema universitario
italiano si basa infatti su insegnamenti ad litteram ovvero su insegnamenti che
non vanno al di là del libro di testo. Questo incide indubbiamente sulla
preparazione dello studente che si ritrova a venticinque/ventisei anni senza
avere un’idea precisa di quello che andrà realmente a fare come avvocato,
magistrato o notaio. Se un limite deve essere posto lo si deve fare ab initio,
con l’introduzione del numero chiuso al corso di laurea. Ciò favorirebbe la
riduzione dei legali italiani, non pregiudicherebbe lo studente che in caso di
esito negativo potrebbe optare per altre professioni e migliorerebbe la
preparazione del giurista magari con l’introduzione di attività pratica in fase
di formazione.