Continua la partita sul decreto liberalizzazioni e continua
la rivoluzione di una professione – la nostra – che ha ben poco a che fare con
la figura del legale di vent’anni
orsono. L’opinione di chi scrive è che la saturazione di un sistema come quello
italiano ed il continuo mercanteggiare sul valore di una prestazione abbiano
condotto ad uno svilimento del ruolo dell’avvocato, passato da custode della
legalità a mero bottegaio. Indubbiamente tutto ciò è attribuibile non solo al
sovrannumero di professionisti presenti sul territorio, ma anche alla strenua
difesa di uno status quo che non ha più ragion d’essere. Se è pur vero che il venir meno del valore
giuridico delle tariffe professionali potrebbe portare prima facie ad una situazione
d’incertezza, è altresì plausibile pensare che in un’economia di libero mercato
come quella attuale non sia possibile precludere ad altri la possibilità di
farsi largo attraverso “la competitività”.
Salvaguardando però il diritto del
cliente a ricevere una prestazione adeguata
ergo evitando di svendere l’attività a prezzi indecorosi. Ben venga poi
l’abbattimento di un semestre di pratica legale, a patto che questo venga
recuperato all’interno del ciclo di studi accademico dove, ad oggi, la
preparazione di un laureando si rivela enormemente manchevole sul piano
pratico. Quanto poi all’attribuzione di un rimborso spese forfettario al
tirocinante, nulla da dire, è una buona cosa. Mi chiedo però se i vari “dominus”
saranno poi disposti ad accogliere
migliaia di neolaureati con la consapevolezza di doverli retribuire – poco –
trascorsi sei mesi. Obiettivamente ho seri dubbi sulla filantropia della
società odierna e la mia speranza è che novità positive non si traducano in un
secondo momento in armi a doppio taglio per chi cerca di intraprendere i primi
passi in questo campo.